Nell'armadio di ognuno c'è almeno un maglione di lana. Fibra calda, morbida ed elastica, fatta apposta per essere filata, frutto di migliaia di anni di selezione, di scelte fatte generazione dopo generazione. Questa storia comincia da una pecora che, all'origine, di lana ne aveva pochissima.

Circa 11.000 anni fa, nella Mezzaluna Fertile, tra l'Anatolia e i monti Zagros, l'uomo addomestica la pecora. Lo fa per la carne, il latte, la pelle. Il vello, in quella fase, è quasi un dettaglio.
Il suo antenato selvatico, il muflone asiatico, ha un mantello ruvido e scuro, fatto per resistere al freddo e alla pioggia. Sotto quel pelo esterno, però, cresce un sottile strato più morbido e isolante. È da questo dettaglio, quasi invisibile, che parte tutta la storia.

Le prime pecore davvero "da lana" compaiono tra il VI e il IV millennio a.C. La lana non nasce da un'intuizione isolata, ma da centinaia di generazioni di pastori che, senza alcuna nozione di genetica, facevano riprodurre gli animali dal vello più fitto e morbido. Il pastore che sceglieva l'agnello più soffice stava già facendo, senza saperlo, ciò che oggi chiameremmo selezione della materia prima.

Nel III millennio a.C., in Mesopotamia, la lana è già una voce economica: registrata su tavolette d'argilla, tassata, scambiata come merce di valore.

Le pecore più antiche non venivano tosate. Perdevano il vello da sole, in primavera, e la lana veniva raccolta a mano, ciocca dopo ciocca, durante la muta naturale.
Lo sapevi che? Questa pratica si chiama rooing e non è del tutto scomparsa: alcune razze primitive, come la pecora delle Shetland, possono ancora essere "pettinate" a mano. Le prime forbici da tosa compaiono con la diffusione del ferro, intorno al 1000 a.C.: un attrezzo semplice che cambia per sempre il rapporto tra uomo e animale.
Già in epoca romana le lane non erano tutte uguali. Quelle dell'area di Taranto e della Pianura Padana erano tra le più apprezzate e le più costose. Varrone descrive pecore coperte con pelli, perché il vello non si rovinasse al sole, alla polvere e alle intemperie.

Tra il Basso Medioevo e l'età moderna, in Spagna si afferma la pecora Merino, dal vello fittissimo e straordinariamente fine. Il suo valore è tale che per secoli la Corona ne vieta l'esportazione con pene severissime, secondo la tradizione fino alla pena di morte. La lana fine, per un lungo periodo, è letteralmente un affare di Stato.
Il divieto si allenta solo nel Settecento, quando alcuni capi vengono donati alle corti europee. È da uno di questi greggi, arrivato nella colonia olandese del Capo di Buona Speranza, che nasce il capitolo successivo.

Nel 1797 un piccolo gruppo di Merino, discendenti di quel gregge, sbarca a Sydney. Allevatori come John ed Elizabeth Macarthur ne intuiscono il potenziale e, nel giro di pochi decenni, i pascoli australiani diventano la culla della lana merino fine.
Ecco perché ancora oggi, quando pensiamo alla lana merino di alta qualità, pensiamo quasi automaticamente all'Australia. E perché la lana che arriva nelle filature biellesi ha spesso compiuto questo stesso viaggio.

Per quasi tutta la sua storia, la finezza della lana si giudica al tatto, a occhio, per reputazione. Nell'Ottocento i lanieri di Bradford iniziano a classificarla in base a quanto filato sottile se ne può ricavare. Nel Novecento arriva una misura oggettiva: il diametro della fibra, espresso in
micron, un millesimo di millimetro. Vale la pena chiarire un equivoco: il micron non ha reso la lana morbida. La morbidezza è arrivata prima, frutto di millenni di selezione.
Il micron è arrivato dopo, per misurarla e, inevitabilmente, per darle un valore.

Per secoli la maglia è un materiale di lavoro. Scalda i pescatori del Mare del Nord, i contadini, gli sportivi. Si fa in casa, si ripara, si tramanda.
È un capo che protegge, non un capo che si mostra.
La svolta arriva negli anni Dieci del Novecento. Intorno al 1916 Gabrielle Chanel acquista una partita di jersey dal fabbricante Jean Rodier, un tessuto a maglia fino ad allora usato soprattutto per la biancheria maschile. Ne fa abiti e completi femminili morbidi, pratici, liberi dal busto. Per la prima volta la maglia non è più un ripiego: è una scelta di stile.
Nel 1927 Elsa Schiaparelli presenta un maglione nero con un fiocco bianco lavorato in trompe-l'œil, realizzato a mano da artigiane armene rifugiate a Parigi con una tecnica a due fili. Il capo viene notato dalla stampa di moda e diventa il punto di partenza della sua maison. Un semplice pullover, costruito punto per punto, dimostra che la maglieria può essere un linguaggio.
Negli anni Sessanta Sonia Rykiel propone maglioni stretti, corti, a coste sottili, pensati per seguire il corpo. La stampa la ribattezza "regina della maglieria". La maglia smette di essere solo calda: diventa silhouette, costruzione, dichiarazione.
È in Italia, però, che la maglia trova la sua voce più riconoscibile. Nel 1953 Ottavio e Rosita Missoni aprono un piccolo laboratorio a Gallarate. Nel 1967 sfilano a Palazzo Pitti, a Firenze: le luci della passerella rendono trasparenti gli abiti leggeri e la sfilata fa scandalo. Pochi anni dopo, la stampa americana li indica come i migliori creatori di maglieria al mondo.
Nello stesso periodo Mariuccia Mandelli lancia Krizia Maglia (1967), con lavorazioni e punti insoliti, mentre Laura Biagiotti fa del cashmere il cuore delle sue collezioni, tanto da essere ricordata come "regina del cashmere". Negli anni Settanta, con la nascita del prêt-à-porter milanese, la maglieria italiana diventa una categoria a sé: non più un complemento, ma il capo attorno a cui si costruisce un guardaroba.
Da quel momento, il maglione non ha più lasciato la passerella. È cambiato il modo di raccontarlo, non la sua sostanza: un buon capo in maglia nasce ancora da una buona fibra, da un filato ben costruito, da mani che sanno lavorarlo.
Nel Biellese la lana si lavora da oltre duemila anni: una lapide romana rinvenuta a Lessona ricorda un sagarius, un produttore di mantelli di lana grezza. Già negli Statuti comunali del 1245 compaiono il Collegio dei Lanaioli e quello dei Tessitori, segno che l'attività era abbastanza importante da richiedere regole scritte. Nel 1817 Pietro Sella, di ritorno da un viaggio di studio sulle macchine inglesi, le installa nel lanificio di famiglia a Valle Mosso: è l'inizio dell'industria tessile moderna in Italia. Da allora il distretto non si è mai fermato, e nel 2019 l'UNESCO ha riconosciuto Biella Città Creativa per l'artigianato e le arti popolari.
Biella deve molto della sua vocazione a una risorsa spesso sottovalutata: l'acqua. Quella che scende dalle Prealpi è particolarmente povera di calcare, ideale per lavare e tingere la lana senza compromettere la sua morbidezza naturale. Per questo, lungo i torrenti Cervo, Strona e Sessera, sono nati uno dopo l'altro lanifici e filature.
Artknit nasce dall'idea di dimostrare che una maglieria di alta qualità può essere responsabile, tracciabile e accessibile, lavorando direttamente con chi la produce. Per noi Biella è una rete di persone e di competenze con cui lavoriamo ogni giorno. I nostri capi vengono poi confezionati interamente in Italia, in piccoli laboratori a conduzione familiare, a un ritmo più lento e più umano. Ogni pagina prodotto riporta il percorso del capo, dalla fibra al laboratorio che l'ha realizzato. E quando un capo si consuma, il nostro Repair Program lo riporta nelle mani degli artigiani, per allungarne la vita.

Tollegno 1900, filatura storica del distretto, per la nostra lana merino extrafine. La materia prima arriva dall'Australia, dagli stessi greggi la cui storia inizia nel 1797.

Lanecardate, filatura cardata di tradizione familiare con radici nel 1663.

Servizi e Seta, per i filati di lino.

Felice De Palma, che dal 1960 recupera
gli scarti delle migliori lavorazioni biellesi per rigenerare il cashmere, con certificazione Ecolabel UE.

Sciarpificio dei Fratelli Sasso (dal 1947)
e Cappellificio di Luca (dal 1935), per sciarpe, coperte e cappelli.

Quando scegliamo un filato, non scegliamo solo una materia prima. Raccogliamo l'eredità di pastori che praticavano la selezione senza conoscerla, di lanieri che hanno trasformato la morbidezza in un numero, di un territorio che ha fatto della sua acqua un sapere tramandato per generazioni. Quella morbidezza sotto le dita non è un dato di natura. È il risultato di scelte pazienti, più che di invenzioni improvvise. Ed è per questo che crediamo in pochi capi, fatti bene, creati per durare: buy less, buy better.
EXTRAFINE MERINO WOOL
T-shirt Boxy in Lana MerinoMERINO WOOL
Girocollo a Coste in Lana MerinoMERINO WOOL
Giacca in Lana MerinoMERINO WOOL
Dolcevita boxy con collo speciale in Lana MerinoEXTRAFINE MERINO WOOL
Top Senza Spalle in Lana MerinoMERINO WOOL
Dolcevita Boxy con Collo Speciale in Lana MerinoMERINO WOOL
Girocollo Boxy in Lana MerinoEXTRAFINE MERINO WOOL
Giacca in Lana MerinoMERINO WOOL
Maglione Collo a Polo con Zip in Lana MerinoEXTRAFINE MERINO WOOL
Overshirt in Lana MerinoMERINO WOOL
Camicia in Lana MerinoWOOL TWILL
Pantaloni Sartoriali in Twill di Lana con Doppia PinceMERINO WOOL
Giacca in Lana Merino con Collo BowlingEXTRAFINE MERINO WOOL
Polo in Lana Merino Senza BottoniMERINO WOOL
Sciarpa in Lana con FrangeMERINO WOOL
Sciarpa in Lana con FrangeFonti
National Museum of Australia
Shetland Sheep Society e Shetland Islands Council Woolmark
Victoria and Albert Museum
DocBi – Centro Studi Biellesi e Museimpresa ATL Biella
UNESCO Creative Cities Network
MAM-e / archivio Missoni
Artknit Studios














































